Il silenzio su questa vicenda è una macchia sulle coscienze Kenya, donne prigioniere in casa per evitare gli stupri
Jul 06

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Una riunione tra le autorità libiche e l’ambasciatore eritreo e l’annuncio di un’imminente visita di quest’ultimo al campo di Braq, in Libia: sono queste le uniche notizie che provengono dai 250 eritrei che il 30 giugno scorso sono stati deportati con alcuni container dal carcere di Misratah al centro di detenzione vicino Seba, nel sud della Libia, in seguito a una rivolta. La deportazione è avvenuta dopo l’intervento dei militari, accompagnato da violenze e abusi.

Da allora, i 250 eritrei si trovano rinchiusi in piccole celle sotterranee, con una temperatura che si aggira intorno ai 40 gradi, in condizioni igieniche, sanitarie e umane degradanti. La notizia, che in questi ultimi giorni è rimbalzata su stampa e televisioni, ha suscitato subito lo sconcerto e la mobilitazione di associazioni e istituzioni, dando vita ad una serie di appelli e interrogazioni. Ed è stato soprattutto un sms, giunto proprio dall’interno del centro di detenzione, a rendere testimonianza della situazione in cui quelle persone, tra cui donne e bambini, stanno vivendo: “Signore, signori, questo messaggio di disperazione proviene da 200 eritrei che stanno morendo nel deserto del Sahara, in Libia. Siamo colpiti da malattie contagiose, la tortura è una pratica comune e, quel che è peggio, siamo rinchiusi in celle sotterranee dove la temperatura supera i 40°. Stiamo soffrendo e morendo. Questi profughi innocenti stanno perdendo la speranza e rischiano la morte. Perché dovremmo morire nel deserto dopo essere fuggiti dal nostro Paese dove venivamo torturati e uccisi? Vi preghiamo di far sapere al mondo che non vogliamo morire qui e che siamo allo stremo. Vogliamo un luogo di accoglienza più sicuro. Vi preghiamo di inoltrare questo messaggio alle organizzazioni umanitarie interessate”.
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Per ora, “nessuna risposta ufficiale, nessun impegno concreto ha fatto seguito alla notizia”, ci riferisce Mussie Serai, presidente dell’agenzia Habeshia, che è in costante contatto con gli eritrei rinchiusi a Seba. “Li ho sentiti anche stamattina e mi hanno riferito che le condizioni e il trattamento sono gli stessi dei giorni scorsi: percosse al momento della conta e dei pasti, persone che stanno male prive di assistenza sanitaria”. Va ricordato che alcuni degli eritrei sono stati respinti proprio dall’Italia “alcuni nel 2009, altri proprio poche settimane fa, all’inizio di giugno, quando 25 eritrei furono avvistati nel Mediterraneo e non vennero soccorsi né dall’Italia né da Malta, ma fu lasciato proprio alla Libia il compito di intervenire”, riferisce Mussie.

L’unica notizia riguarda l’incontro di ieri tra l’ambasciatore eritreo e le autorità libiche: “E’ stato annunciata un’imminente visita dell’ambasciatore al campo – riferisce Mussie – e la notizia è stata naturalmente accolta con grande preoccupazione, perché si teme che l’obiettivo sia il rimpatrio in Eritrea. Per questo, rinnoviamo l’appello, già rivolto dagli stessi eritrei, che un paese terzo e democratico si faccia carico di accogliere queste persone. Ma, per adesso, registriamo solo uno strano silenzio”.

2 Responses to “Eritrei in Libia: “Stiamo morendo””

  1. admin Says:

    Il Consiglio d’Europa ha chiesto aiuto al governo italiano per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia. Lo ha fatto con due lettere inviate ai ministri degli Esteri Frattini e dell’Interno Maroni dal commissario ai diritti umani Hammarberg. Dal 30 giugno i 250 eritrei si trovano nelle celle del centro di detenzione di Braq, 80 Km da Seba, nel Sud della Libia, dove sono stati trasferiti dal centro di detenzione per migranti di Misurata dopo una rivolta.

  2. admin Says:

    È stato raggiunto l’«accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro» per i circa 250 rifugiati eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak nei pressi di Seba, nel sud della Libia. C’è già chi critica l’accordo come una beffa. I rifugiati eritrei, a cui è stato negato l’asilo in Italia, saranno comunque obbligati a restare in Libia, a lavorare nei campi di lavoro del colonnello Gheddafi.

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