Ormai Rafiki è qualcosa di più di un passatempo solidaristico per pochi intimi: ai medici - ai pediatri in particolare - l’Africa piace e sono ormai una trentina i professionisti della salute di Mestre, provincia e dintorni che regalano due settimane all’anno del loro tempo e del loro lavoro alla missione di Ol Moran. Così “Rafiki - Pediatri per l’africa” - l’associazione nata a Mestre nel 2007, che in swahili significa “compagno, amico” - sta entrando nella “fase due”, per passare dallo spontaneismo e dal lavoro in silenzioso all’organizzazione più strutturata e alla diffusione delle proprie iniziative, per cercare nuovi aiuti e nuove collaborazioni, a favore delle popolazioni di paesi più poveri del nostro.
Foto, incontri e concerti. Ecco allora la mostra fotografica in corso al Centro Le Barche, fino al 5 febbraio; l’incontro-racconto, da parte dei pediatri, di quanto stanno realizzando in Kenya, nella diocesi di Nyahururu, venerdì 29 gennaio alle 18.00 presso la libreria Feltrinelli; il concerto della Magical Mistery Orchestra, che propone musiche dei Beatles, in programma per giovedì 11 febbraio, alle 21.00, al Teatro Toniolo (prevedite presso la biglietteria del teatro e su www.vivaticket.it). I fondi raccolti serviranno per acquistare medicinali, attrezzature, materiale medico; mentre i medici continuano, come hanno sempre fatto, a pagare i viaggi in proprio.
Verso nuove mete? A Maria Pellosio e Andrea Passarella, insomma, non basta più partire una volta all’anno per la missione in cui opera don Giacomo Basso, sacerdote mestrino. Hanno coinvolto altri colleghi e amici, hanno coordinato i viaggi stendendo un calendario - è già stato stilato quello per il 2010 - e ora sentono che c’è dell’altro da fare: reperire risorse per medicine e strumentazione, oltre a trovare nuova compagnia sulla strada che li porta ad operare non solo nei loro ambulatori di Mestre (dr.ssa Pellosio) e di Marcon (dr. Passarella) ma anche sulla linea dell’equatore. Per aprire presto, magari, ad altri bisogni, in altri angoli del mondo… «A Ol Moran, ormai, le suore, già brave prima, hanno imparato ad usare l’ecografo e hanno acquisito una maggiore attenzione alla pediatria», raccontano i medici mestrini. «Presto saranno in grado di camminare da sole, per cui noi potremo spostarci in altre aree: come il Madagascar o l’Uganda o il Camerun o la Nigeria…».
Da Kuki Gallmann. Sono appena tornati tre medici - Carla Ricci, pediatra, Maria Luigia Randi, ematologa di Padova e Roberto Ragazzi, primario della Radiologia di Mestre; altri tre partiranno a marzo e avanti così ogni due mesi. Operano nel dispensario di Ol Moran, tengono “cliniche mobili” (con la jeep raggiungono i vari villaggi e lì visitano i pazienti, magari all’ombra di un albero), si avvalgono delle strutture mediche, tra cui una piccola sala chirurgica, messe a disposizione da Kuki Gallmann, la scrittrice (“Sognavo l’Africa”) parrocchiana di Ol Moran. E’ per questo che a partire sono ormai non solo pediatri ma anche medici di medicina generale (il primo è stato il dr. Sandro Severi) e specialisti vari, perché le risposte attese ormai sono su più fronti. E il bello è che chi parte al 90% ritorna almeno un’altra volta, perché di Africa, si sa, ci si ammala.
Conoscenze utili in Italia. A parte visitare, operare, eseguire ecografie e altri esami, i medici veneziani hanno un altro obiettivo: formare il personale locale, specie paramedico, perché sia in grado di operare anche in loro assenza. Ad imparare, però, sono anche i medici italiani: al dr. Passarella è capitato, tornato in patria, di riconoscere una parassitosi che da noi si vede raramente; o di aumentare la sua competenza sulle malattie cutanee nei bambini di colore: i puntini rossi, sulla loro pelle, appaiono grigi… La dr.ssa Pellosio ora sa darsi ragione della reazione di alcune mamme di altre nazionalità - avendo visto come si comportano in Kenya - per cultura più rassegnate di fronte a diagnosi che farebbero svenire le mamme italiane.
Una bombola d’ossigeno. Perché lo fanno? Perché continuano a farlo? Il dr. Passarella è pragmatico: «C’è bisogno, c’è la possibilità di farlo, e allora…». La dr.ssa Pellosio spiega che «è una boccata d’ossigeno per l’attività che svolgo qui. Stiamo bene a farlo, ci piace, ci coinvolge, ci sostiene nel lavoro quotidiano. Ci sembra utile e giusto farlo. Fa bene a noi e ha una ricaduta positiva su altre persone. Adesso poi abbiamo capito che anche portare carte e organizzare eventi in Italia è un lavorare per l’Africa. Per questo se c’è un collega che non se la sente di partire ma vuole dare una mano restando a casa, si faccia avanti».
Paolo Fusco
Tratto da GENTE VENETA, n.3/2010












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