Mentre la tv nazionale mostra scene di razzismo anche violento, nel Cesenate gli stranieri trovano, molto spesso, occasioni per convivere pacificamente e lavorare. La famiglia di Hubert ha atteso 15 anni prima di potersi ricongiungere

La partenza dalla propria terra è stata una scelta obbligata per milioni di africani. Lasciare il proprio mondo, fatto di piccole e povere cose, per rifarsi un’altra vita in luoghi lontani, spesso sconosciuti, a volte ostili. Il viaggio, pur nell’incertezza del futuro, ha rappresentato una fonte di speranza, di miglioramento economico, di riscatto.
L’attaccamento alle radici è rimasto forte e duraturo e la speranza è quella di un ritorno a lungo sospirato, come raccontano le testimonianze di alcune famiglie immigrate originarie del Benin, piccolo Paese dell’Africa occidentale.
La famiglia di Hubert, 27 anni, ha atteso quindici anni prima di potersi riunire. Il padre, arrivato a Cesena nell’88, è stato raggiunto nel corso degli anni dalla moglie e dai sette figli. “Io e i miei fratelli eravamo orgogliosi che nostro padre fosse in Occidente – debutta -. Nell’immaginario dei bambini africani, infatti, l’Occidente è considerato un paradiso, tutto è meraviglioso al di là dell’Africa”.
Lasciare la propria terra, seppur dura e ingrata, comunque non sempre è stato un sollievo. “Quando sono arrivato in Italia avevo solo 11 anni, ma ero più maturo della mia età – prosegue -. Qui nostro padre era benvoluto e questo ha facilitato la nostra integrazione. Per gli africani è difficile adattarsi a un’altra mentalità senza dimenticare le proprie radici. I primi giorni di scuola sentivo forte la differenza con i miei compagni: se per loro studiare era un obbligo per me era una gioia. In Africa se si è istruiti si hanno molte più possibilità, per questo i bambini vanno a scuola con entusiasmo”.
Laureato in Scienze politiche a Firenze, Hubert è attualmente impegnato come educatore all’Enaip dopo aver svolto un anno di servizio civile al Comune di Mercato Saraceno. Di recente ha ottenuto – nonostante i ritardi della burocrazia – la cittadinanza italiana, chiesta per poter sostenere il concorso per un posto da assistente sociale. Ogni tanto il pensiero corre alla sua terra.
“Sono pazzamente innamorato dell’Africa, ma devo fare i conti con la realtà: il mio Paese non mi offre opportunità lavorative”, conclude.
Per Michel Bessan, giunto in Italia nel ’93, il ritorno a casa di tanti immigrati, un leitmotiv per molti africani, è ostacolato dalla questione contributiva. “Al contrario di quanto accade in altri Paesi come la Francia – spiega -, qui bisogna aspettare di raggiungere una certa età per percepire la pensione. Dopo aver lavorato in Italia per tanto tempo e versato i contributi e vista l’impossibilità di riscattarli, tanti immigrati rinunciano a tornare nel proprio Paese di origine”.
Per legge infatti i lavoratori stranieri non possono ricevere la pensione o riscattare i contributi prima dei 65 anni di età. Originario di Kpinnou, villaggio del Benin, Michel si è trasferito a Cesena per motivi lavorativi, al seguito della Trevi, società cesenate attiva nella progettazione e costruzione di opere di ingegneria civile.
“Questa città è accogliente, mi sono ambientato presto e non ho avuto particolari problemi di integrazione – dice -. Certo, sogno un giorno o l’altro di tornare a vivere nel mio Paese, ma ora non ci penso: i miei figli sono ancora piccoli e devo pensare a loro”, spiega. Soprattutto per chi è lontano da casa, diventa fondamentale coltivare il rapporto con chi può condividere la propria cultura. “Frequento spesso i miei connazionali, ci aiuta a rendere più sopportabile la nostalgia”, dice.
E’ in Italia da quattro mesi e mezzo Pauline, mamma di cinque figli dai 10 ai 16 anni di età. E qui deve fare i conti con le difficoltà in cui incorrono tutte le famiglie numerose. “Il costo della vita è notevole e a fine mese lo stipendio se ne va tra affitto e spese – lamenta -. Però qui a Cesena ci troviamo bene, ci siamo integrati fin da subito”.
Se per gli adulti è difficile rimuovere la cultura natìa, ben diversa è la situazione dei più piccoli, per i quali si apre una prospettiva concreta di integrazione che passa prima di tutto per le aule scolastiche. “Però è un grosso problema per i miei bambini imparare la lingua italiana. Su questo bisognerebbe fare di più”, auspica.











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